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Nativi Analogici

Scritto il 20 luglio 2010 da Nicola Filippini (IT Solutions Manager)

Sono un nativo analogico, quando sono nato i telefoni erano analogici, la televisione era analogica, i computer erano scollegati, non esisteva la rete, ADSL, SMS, GSM, USB, CD, DVD ed e-mail erano acronimi ancora lontani dall’essere sviluppati in qualche laboratorio. (Un sistema analogico, per dirla “semplice” è un sistema che cattura “la realtà nei suoi vari gradi di intensità” e permette di riprodurla attraverso strumenti elettrici ed elettronici con il difetto che i media tendono a perdere di qualità nel tempo).
Dopo qualche tempo le cassette si smagnetizzavano, le fotografie tiravano verso il giallo e in generale le cose tendevano a trasmetterci la sensazione di …”ho fatto il mio tempo”.
La rete telefonica aveva commutatori elettromeccanici in centrale e i telefoni avevano la rotella per fare il numero, anche i satelliti comunicavano a terra tramite impulsi analogici (i cosiddetti segnali sub-audio) ma questa è un’altra storia…

La mia amica Wikipedia dice: Nativo digitale (dalla lingua inglese digital native) è una espressione che viene applicata ad una persona che è cresciuta con le tecnologie  digitali come i computer, Internet, telefoni cellulari e MP3. Per contro un immigrato digitale (digital immigrant) si applica ad una persona che è cresciuta prima delle tecnologie digitali e le ha adottate in un secondo tempo. Ad esempio un nativo digitale parlerà della sua nuova macchina fotografica mentre un immigrato digitale parlerà della sua nuova macchina fotografica digitale.


Ho letto su un blog: “È una normale legge evolutiva: il cervello ha una sua plasticità neuronale che gli permette di ristrutturare le proprie mappe sensoriali a seconda del modo in cui gli arrivano gli input attraverso i sensi. Se gli input sono complessi più aree neurali funzioneranno simultaneamente, creando nuovi e più complessi intrecci o sinapsi. Del resto è quanto ad esempio avvenuto già per l’Homo Sapiens: l’opponibilità del pollice, schiudendo enormi universi di impiego, ha contribuito decisamente all’evoluzione del cervello rispetto ai suoi predecessori che non avevano tale capacità.

Questa definizione mi è piaciuta molto e anche se non ho avuto modo di “conoscere” la generazione dei oyayubisoku (”la tribù del pollice”, come i giapponesi chiamano quelli che digitano sul telefonino a velocità inusitate) penso che sia corretta, applicabile e in pieno fermento intorno a noi. Per esempio, mia figlia  a Capodanno del 2009, quando aveva poco più di un anno, si è trovata di fronte a “una scelta difficile”: giocare con una bambola o giocare con l’impianto stereo.
Beh…(tutti mi hanno guardato severamente ma) lei ha ignorato la bambola e ha preferito bottoni e manopole della scatola nera!

Un’ indagine condotta dai ricercatori della Kaiser Family Foundation sui giovani americani dagli 8 ai 18 anni rivela che i giovani sono ”Super tecnologici ma “somari” a scuola. La “generazione digitale” apprezza in particolar modo la tecnologia “mobile” (telefonini e iPod). E in cinque anni la devozione alle nuove tecnologie è passata da una media di circa sei ore e mezza a oltre sette ore e mezza pro die.

Immaginate una giornata tipo. La sveglia, che avete messo sul vostro telefonino, la zittite con una manata sullo schermo. Uscendo, prelevate a un bancomat di nuova generazione, senza tasti. Finalmente potete mettervi in auto, impostando la destinazione sul monitor del navigatore satellitare. Idem al casello, per scegliere il modo in cui pagare. Una volta parcheggiato, regolati i conti sull’ennesimo display, vi dirigete al museo. I curatori hanno fatto un buon lavoro, allestendo un percorso interattivo in vari chioschi multimediali con touchscreen. Potremmo proseguire ma il senso, a questo punto, dovrebbe essere chiaro. L’era self-service in cui viviamo prevede un’interlocuzione sempre più frequente con le macchine. Tattile, perlopiù. Gli esempi di chi si è già lasciato la tastiera alle spalle, oltre a quelli accennati in apertura, sono numerosissimi. E l’esercito dei convertiti cresce di giorno in giorno. (repubblica.it)

Oggi la possibilità di proiettarsi in una realtà virtuale è rappresentata da un grande macchinario non portatile che la foto simpaticamente ci mostra, ma domani sarà sicuramente “integrata nel cellulare” che potrebbe essere nel frattempo diventato il nostro paio di occhiali e permetterci le videochiamate interattive…

Se da un lato mi preoccupo per tutti quelli che “perdono il mouse sullo schermo” dall’altro sono emozionato dalla possibilità di avere un telefono “intelligente” che mi lascia dormire fino alle 10 di Domenica e intanto mi organizza la giornata rispondendo agli amici e fissando un barbecue in campagna (decisamente non virtuale) e avere intanto un robot che stà sistemando casa…

2 Commenti

I Nativi Digitali, altrimenti dettti da Baricco, “Barbari”. hai letto quel libro. interessante

michele26 lug 10

mi hai fatto ricordare i (bei?) vecchi tempi

giacomo05 ago 10